Luminanti 2021
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Kevin Blaser
(1990)


Kevin si è formato presso l’Accademia Teatro Dimitri, ha partecipato a diversi workshop teatrali e come attore in diversi film di produzione Svizzera (tra cui Tutti giù, Niccolò Castelli, 2011) e numerose pièce teatrali (L’incatenato, 2019). Nel 2020 è coregista, con Sara Lerch di Don Quijote (Theaterzirkus Wunderplunder). Il testo L’Incatenato (Teatro Fluctus, 2019) è stato scritto a quattro mani con Tito Bosia.
Tito Bosia
(1990)


Ha scritto con Kevin il testo L’incatenato, frutto anche di una sua esperienza come medico volontario all’estero; è la sua opera prima, ed è stato prodotto da Fluctus Teatro nel 2019. Per lui la scrittura «era un mero strumento di analisi» ed ora «si è trasformato in un potenziale mezzo di sintesi». Attualmente lavora come medico a Basilea; legge molto, scrive a tratti, suona diversi strumenti.
Tempeste
Note di drammaturgia

“Tempeste” è un testo nato dall’esigenza di colmare un silenzio. Un silenzio durato anni. Un silenzio reso assordante dal suicidio di una madre. Un silenzio conservato con ermetismo da un padre. Un silenzio nel quale un figlio cerca di trovare la propria voce per meglio capire il suo passato. Eppure, a voler ascoltare bene, non è il silenzio l’unica cosa che resta. Il vento dà eco ai sentimenti più inabissati, spolverandoli e portandoli alla luce. È un turbine che si alza dalle profondità marine, strappando quelle creature - mostruosamente umane – che le popolano, per spingerle alla superficie e farle emergere dal mare nelle conchiglie. Come si può parlare di ciò che sembra essere indicibile, se non ci sono parole per poter dire la tempesta di emozioni che ci abita? Cos’ha da dirci, questa voce a noi così familiare? Nato da matrice biografica e scritto a quattro mani da Tito Bosia e Kevin Blaser, “Tempeste” è il loro secondo lavoro.


Lalitha Del Parente, originaria di Bangalore, è cresciuta in Svizzera.
Nel 2010 si è diplomata in violino con il massimo dei voti.
Attualmente lavora come professore d'orchestra e insegnante tra il Ticino e Zurigo.
È direttore artistico della rassegna “Settembre Musicale” di Riva San Vitale.
Interessata da sempre alla contaminazione tra le arti, sta lavorando ad un progetto letterario-musicale in duo d'archi su musiche del Novecento.

“Siamo quelli giusti” è il suo primo testo teatrale, scritto durante l’anno di Luminanza.
Siamo quelli giusti
Note di drammaturgia
“L’esperienza dell’adozione mi accompagnerà per il resto della mia vita”.
È stato questo pensiero a farmi indagare più a fondo la tematica. Le cose che ci circondano sono in costante cambiamento, il modo di scrivere, il modo di esprimersi, le proprie convinzioni possono cambiare da un momento all’altro. Così è anche per il rapporto di ogni adottato con la propria storia adottiva. Cambia costantemente. Ignorare, evolvere, sotterrare, migliorare, distruggere, riconsiderare.
Lo spettacolo porta in scena il tentativo di attraversare il confine di ciò che ci è familiare verso un futuro ignoto. Il testo tocca temi quali l’identità culturale, l’integrazione, il senso di appartenenza alla propria famiglia, alla propria comunità.
Siamo quelli giusti si ispira a tutti i compagni adottati, ai genitori in attesa di adottare che ho incontrato, intervistato con cui ho condiviso la mia storia personale.
Spero che questo testo apra il pubblico al confronto e lo incoraggi a indagare sui molti documentari, libri, podcasts e opere d’arte realizzati da persone che hanno vissuto l’esperienza dell’adozione transrazziale poiché conoscere differenti punti di vista può solo aiutare a comprendere meglio.

Marzio Gandola
(1995)

Formato come fisico e fin da piccolo attore dilettante, Marzio Gandola (Lugano, 1995) sviluppa la sua passione per la drammaturgia nel corso dei suoi studi, alla ricerca di un’altra finestra sul mondo, diversa da quella della scienza pura. Per anni presidente e attore per la compagnia studentesca Pourquoi Pas?, Marzio comincia a scrivere seguendo la spinta ad unire i processi creativi del suo percorso attoriale con un lavoro più intellettuale, in precedenza dedicato unicamente ai suoi studi. Il suo primo lavoro teatrale, Furti (2018), pone a confronto un professore e una ragazza, sulle visioni del mondo di due generazioni apparentemente distanti e inconciliabili. Il testo è stato messo in scena con un progetto indipendente nel 2021, ed è valso al suo autore la selezione per il primo anno formativo di Luminanza. Il lavoro realizzato nel corso di questa formazione, Spostati verso il rosso (2021), è il suo secondo testo.

Spostati verso il rosso
Note di drammaturgia
Osservando il tempo che passa sembra che certi aspetti dell’esistenza umana evolvano, seguendo una linea, che avanza pari passo con gli anni, i secoli, i millenni; altri aspetti invece sembrano ciclici, ripetuti all’infinito seguendo un ritmo ancestrale, come le onde del mare; altro ancora pare proprio immutabile, come le stelle, identiche a come le vedevano i nostri antenati. La società occidentale ha sempre posto la propria forza nel progresso, in ciò che va avanti, ma non tutto avanza allo stesso modo. Si formano allora delle situazioni inaspettate, dei cortocircuiti temporali che sembrano sfuggire ad ogni capacità di lettura e che hanno perciò lo stesso sapore del sogno, dell’allucinazione, e davanti alle quali ci si ritrova smarriti, come tornati bambini, perché anche il tempo proprio, che ha segnato l’evoluzione della persona, subisce lo stesso cortocircuito. Un’apparente confusione, che squarcia le immagini più convenzionali di progresso, crescita ed evoluzione, lasciando vedere nuovi dettagli, a cominciare dalle stelle, che appaiono già un po’ più rosse di come le hanno viste i nostri antenati.


Achille Giacopini
(1992)

Achille Giacopini ha studiato Letteratura italiana a Roma. Vive a Lugano e lavora come ispettore di polizia.

Si doveva considerare il balcone bagnato
Note di drammaturgia
Periferia. Le nuvole passano sopra i cavalcavia e i prati bruciati dal sole. C'è un piccolo bar di quelli con le sedie di plastica. Sotto la tenda tirata, accanto al cartello sbiadito dei gelati Algida c'è un tavolino con un posacenere pieno e tre amici. Aspettano Fabrizio che è andato a farsi un tatuaggio e si chiedono se Valentina lo abbia lasciato.
Non c'è niente di male a passare i pomeriggi di libero a guardare gli aerei senza pensare che atterreranno da qualche parte e che il mondo non è tutto lì con le sue certezze e i suoi paesaggi immutabili, dove la relazione di Fabrizio e Valentina non è in discussione. Dove nessuno si chiede se si possa chiamare amore la loro storia tra le bottiglie rovesciate e le sigarette fumate sdraiati a letto, guardando il soffitto senza sognare nient'altro che quello, nemmeno la libertà di volere una vita diversa. Nemmeno essere felici.

Tommaso Giacopini, classe 1993, è un drammaturgo, poeta e artista teatrale svizzero.
Dopo aver completato i suoi studi in Physical Theatre presso l'Accademia Teatro Dimitri di Verscio (Svizzera) si reca a Londra dove oltre a completare un Master in Creative Practice: Transdisciplinary Focus vive e lavora come attore e performer per quattro anni, acquisendo una grande esperienza nel campo delle arti sceniche a livello internazionale.
Con la compagnia teatrale Acrojou, di cui diventa anche co-direttore artistico, porta i suoi spettacoli attraverso Europa e Asia, in una dozzina di Paesi.
Arriva poi il giorno in cui la metropoli diventa per Tommaso poco “metro” (madre) e troppo “polis” (città) e sceglie di lasciarla per tornare a vivere in Ticino, in vicinanza della natura, dove si dedica alla scrittura, drammaturgica e poetica, all'utilizzo della voce come strumento espressivo e allo yoga.
Nella sua scrittura predilige l'intuito all'intelletto, danzando tra mostri e momenti di grazia.


Dodici metri di apertura alare
Note di drammaturgia
Sofia, compagna di Leonardo, è sconvolta da un evento tragico. La morte della madre la inchioda a una realtà cruda e improvvisa quanto un asteroide che con l'innocente ferocia di un corpo celeste cade dal cielo. Che cosa succede nel momento dell’impatto e nell'istante appena successivo?
Il tempo di una giornata, per Sofia, si trasforma nel tempo di un'era geologica. Sotto i suoi piedi si apre una voragine, lo spazio tra un universo e il suo universo precedente, un varco da cui emergono i mostri antichi delle sue paure.
Il linguaggio che ho scelto è metaforico, seppur schietto e affilato. Intimità e introspezione si alternano a momenti di enormi spostamenti, il macrocosmo si ritrae nel microcosmo.
Con Dodici metri di apertura alare mi interessa parlare di tentativi mancati di comunicazione all'interno dell'intimità famigliare, di rapporto tra genitori e figli, di maternità, paternità e, soprattutto, di figlità, in un testo serrato che in cui sembrano riecheggiare le parole dell’autrice Adriana Pagnoni, che in un suo articolo intitolato, appunto, Figlità, scriveva “Ha da esserci qualcosa di insopportabile nel dover ammettere che, per nascere, c’è bisogno di due genitori”.


Francesco Puppini
(1995)

Sceneggiatore, regista e autore, Francesco Puppini è nato e cresciuto a Milano. Laureato presso la Northern Film School di Leeds, con il cortometraggio Virginia ha vinto il BFI Future Film Lab Award e il MYllennium Award - MyFrame insieme ad altri premi e nomine. Il corto è stato proiettato su scala internazionale presso alcuni film festivals tra cui il Tirana International Film Festival, il Rome Independent Film Festival ed è infine stato acquisito da Rai Cinema Channel. Francesco è stato selezionato per un workshop gestito dal regista Palma d'Oro Cristian Mungiu e ha fatto parte del New Arrivals: Go Short Campus a Nimega, oltre che del ShorTS Pitching Training 2020, dove ha vinto il miglior pitch per il suo nuovo progetto. Scavalcando barriere tra fiction e documentario, Francesco ha anche collaborato con registi teatrali tra cui Carmelo Rifici per cui ha firmato una serie di video che sono stati presentati alla Biennale Musica di Venezia 2020. Evocazione è il suo esordio teatrale. 
Evocazione
Note di drammaturgia
Evocazione nasce dalla necessità di scrivere un racconto personale. Parlare di famiglia oggi e di come si manifestano le dinamiche famigliari nel nostro quotidiano è per me importante. Nella fase di scrittura ho voluto raccontare un rapporto madre e figlio e mi sono posto alcune questioni su quale sia il significato di questi due ruoli. La famiglia è l’origine del desiderio ma anche delle più grandi paure, ed è da qui che sono partito. La paura di non farcela, di essere rifiutati, di essere inadeguati così come quella di mostrarsi per chi si è veramente. Il superamento dei mostri interiori di 1 diventa il fuoco combustibile della narrazione. Cosa implica il desiderio di superare un proprio trauma irrisolto, cosa vuol dire diventare una persona nuova, cambiata, cresciuta? Qual è il percorso che porta alla disgregazione dell’identità e poi alla rielaborazione del lutto della propria madre? Il testo prende le mosse da queste domande e le rivolge al lettore facendo affidamento a una metafora scenica che trova risoluzione solamente nel finale. Come in un esperimento, la scena cambia, muta, così come la modalità di relazionarsi e il linguaggio stesso, che si adattano alle circostanze in cui i due protagonisti sono posti da forze esterne. L’astrazione, o meglio, un’evocazione è l’unico metodo di analisi rimasto.


Elisa Rusca
(1986)

Storica dell'arte specializzata in fotografia e periodo contemporaneo, Elisa Rusca è conservatrice del Museo Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa di Ginevra. Dottoranda in Visual Cultures alla Goldsmiths, University of London, dal 2014 ha realizzato numerose mostre e eventi culturali in Svizzera, Germania, Cina, Italia e Polonia, e partecipato a conferenze e convegni in Europa, Brasile, Corea del Sud e Taiwan. È stata co-direttrice di DISKURS Berlin (2016-17), e fondatrice del Daydreamers Project (www.daydreamers.biz). Collaboratrice in lingua italiana per il principale magazine dedicato all’arte contemporanea in svizzera Kunstbulletin, finalista per il Prix Roland Barthes (2011) e il Prix AICA France de la critique d’art (2021), ha contribuito all’edizione critica del New Dictionary of Photography (Thames&Hudson, 2015). I suoi scritti di teoria dell’immagine sono stati pubblicati da Goethe Institut Verlag e Mimesis. L’Anguilla è il suo primo testo drammaturgico.
L’Anguilla
Note di drammaturgia
L'anguilla è un pesce che passa più di tre quarti della sua vita al buio, cieca, mossa solo dalla fame e dall'istinto di riprodursi. Più si addentra nel cuore della terra, avvicinandosi al centro del mondo, meno riesce a vedere. Così noi, più insistiamo ad ingrandire un’immagine per vederne tutti i dettagli, più ci troveremo davanti a un mosaico di grani sfocati, al punto di non riuscire più a capire qual era la veduta d’insieme – e, magari, dimenticando come siamo arrivati lì.L’anguilla scivola e si nasconde, come la verità. Per trovare la verità siamo obbligati a procedere alla cieca, spinti da forze incomprensibili, resistendo nel fango di un mondo in cui esiste solo il presente di relazioni temporanee, in cui l’attesa è un’esperienza svuotata da qualsiasi senso di speranza o aspettativa.Celebrando la fenomenologia dell’anguilla, la mia pièce esplora la costruzione della realtà che viviamo attraverso le tensioni tra il vedere e il credere, e i rapporti di potere che ne derivano.